PUNTO E A CAPO

Oggi sono tornata in ufficio. Non con il sorriso, ma quello non è indispensabile.

Oggi, durante la pausa, ho letto questo post. E ci ho rimuginato sopra fino alle 17,40.

Poi, alle 17,40, mi ha chiamata il capo, il signor X per parlarmi. Quello ribattezzato “lacrima”, per intenderci.

Mi ha detto che ha deciso un cambiamento, che l’ambiente non gli piace, che sta parlando con i dipendenti uno per uno perché, si è accorto, che a far riunioni si ottiene solo maggior malumore (ma va?!).

Non vuole più vedere gente su internet (non mi tange, vero nulliparo?).

Non vuole più vedere gente che smanetta tutto il giorno su uotsap (nemmeno questo mi tange, vero capa?) e che tiene il cellulare costantemente in ricarica.

Non vuole più scendere e trovare dipendenti che stanno 20 minuti di orologio, li calcola dice, all’aperto a fumare e telefonare (se è scema è colpa mia?!).

Non vuole più sentire battute sprezzanti a mezza voce e risatine e occhiate maleducate (e anche qua: non parlo con nessuno, sarà difficile che possa scambiare battute e risate).

Non vuole che si vada in dogana e, nel percorso, fumi. Si va in dogana per  andare in dogana e non per fumare. Ok, questo mi tange eccome ma… quando è necessario andare in dogana unisco l’utile e il dilettevole. E invece no, non va bene, non bisogna dilettarsi. Ok, mi farà sicuramente bene alla salute e al portafogli.

Mentre lui elencava i vari punti, sottolineando che parlava in generale, che lo stava dicendo a tutti, che i primi punti non erano rivolti a me ma solo l’ultimo, io ascoltavo, in silenzio.

Si è dilungato sul fatto che i colleghi vanno a lamentarsi degli altri e tentano costantemente la scalata ai “privilegi” (non so quali siano, io parto sempre dal principio io-lavoro-tu-mi-paghi e siamo pari). E io perseveravo nel mio silenzio.

Quando ha finito ho continuato a guardarlo, in silenzio. In questa azienda è meglio non dire mai “io penso”, perché la battuta (di merda) “non sei pagato per pensare” è sempre dietro l’angolo. E’ meglio aprire bocca solo se interrogati.

Così mi ha chiesto “non dici niente?”. E allora ho risposto:

– No, dopo gli eventi di fine aprile, che ancora mi disturbano, per sopravvivere qua dentro, e lo sottolineo “sopravvivere non lavorare”, io tengo la bocca chiusa e faccio in modo di non fermarmi mai. Ché appena mi fermo un minuto c’è qualcuno che trova un buon motivo per rompermi i coglioni.

– Ah, io non ti capisco… e poi tu fai solo il tuo lavoro!

– Allora non mi hai ascoltata: faccio in modo di non fermarmi mai. Finito “il mio” cerco altro. Fosse anche spolverare, al fine di non farmi stressare per niente.

– Ah!, io le donne non le capisco proprio.

– Nemmeno io.

– Vabbè… basta così che devo andare a casa.

– Ok, ciao capo, buona serata.

Ecco, quando sono uscita, dopo questa paternale, mi veniva da piangere. Perché in Italia c’è chi si fa il culo e cerca di salvare il proprio e l’altrui tenore di vita e c’è chi nemmeno ha la capacità di creare un ambiente “civile”, che l’ho detto e lo ribadisco perché ci credo PER LAVORARE INSIEME NON E’ INDISPENSABILE ESSERE AMICI, BASTA ESSERE EDUCATI.

(in realtà il post che ho letto è molto più specifico e tecnico ma a me stasera frullavano in testa solo alcune affermazioni “molto umane”)

E comunque, spesso, chi la spunta sono i secondi e non i primi.

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11 risposte a PUNTO E A CAPO

  1. rosenuovomondo ha detto:

    secondo me si può anche essere amici e bisogna capire la differenza tra quando si mangia la pizza insieme e quando si indossa la giacchetta che comporta delle mansioni e, capisco sia brutto, una gerarchia… Poi se l’amicizia non c’è l’educazione e il rispetto sono tutto. Ma la mia nonna diceva che troppa confidenza fa perdere la riverenza… e forse aveva ragione lei

  2. io apprezzo il mio datore di lavoro (che non coincide con i capi degli uffici in cui fisicamente mi trovo) perché quando c’è un problema, gli puoi parlare serenamente e poi lui non se la prende né con te nè con l’eventuale altra persona ma cerca un compromesso o comunque prende con i guanti tutte le riflessioni. non fa ripercussioni ma cerca di ripartire dalla situazione per migliorarla e cerca di darti anche altre visioni dell’insieme.
    ecco. io lo adoro.

  3. iomemestessa ha detto:

    Nelle paternali perdono un po’ tutti. Chi le fa, e chi le subisce. Meglio un cazziatone diretto e chiaro, se del caso. Se tu non cazzeggi su internet, inutile parlarne con te. Ne parli col nulliparo. Se tu fumi nel tragitto ufficio dogana, ne parli pure con te, ma non col nulliparo se per una volta è esente. E’ pur vero, che lacrima, sin qui, non mi è parso uomo di grande spessore. E grazie per la citazione ;).

    • tigli&gelsominO ha detto:

      no, il nulliparo è salutista. e sarà cosa buona imitarlo, non lo nego, ma solo in questo!
      il tuo post mi è piaciuto molto, solo che poi mi “scappava da piangere”, come dicono i bimbi… 🙂

  4. sarapintonello ha detto:

    Sono passata 6 anni fa da un azienda grande, molto grande…enorme (una multinazionale insomma) con sedi in tutto il mondo, con progetti di crescita, ma solo se lavori 7 ore al giorno e 24 ore su 24, ad una società piccola con 6/7 fra dipendenti e collaboratori esterni, Ho rischiato, soprattutto in un periodo in cui le piccole società cadono peggio dei castelli di carta, però sono arrivata in una società in cui il mio capo non è il mio amico, ma è una persona, una persona con cui posso parlare di tutto, una persona che sa il mio nome, sa dove vico, sa le mie difficoltà, i mie punti deboli e anche i miei punti di forza, un capo a cui do del TU (ma solo perchè rischio la vita quando gli do del lei) ma che in quel tu legge comunque il mio rispetto. La differenza fra la multinazionale e la mia società, è nella “direttezza” del rapporto. Là ero un numero, quindi le osservazioni e i cazziatoni arrivavano a tutti, via mail o con plicy più o meno mirate, qui sono Sara e se c’è qualcosa che non va lo “scapellotto” in testa arriva a me!
    Viva le società piccole 😀

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