E POI CI SONO SERE COME QUESTA

In cui vorrei lanciare il telefono contro il muro, perché brutte notizie non ne arrivino più.

Sere in cui la stanchezza prende il sopravvento.

E non è per il mio lavoro che, alla fine, amo e mi sta dando la soddisfazione di imparare tutto quanto mi è stato negato negli otto anni e otto mesi precedenti (al grido di “non sei in grado”, non siete in grado voi coglioni).

E non è la strada, anche se stamattina c’erano “sette km di coda in aumento tra Ferrara Sud e Altedo” e la provinciale intasata.

E non sono gli Orsi che, per carità!, stanno bene e si godono Trudi e io “fa lo stesso”, magari un giorno adotterò un altro gatto, o un’altra gatta, o una tartaruga che mi piacerebbe tanto (ma il mio sogno irrealizzabile è un delfino).

E no. Non è niente di tutto ciò.

Questa volta sono gli amici, e io agli amici voglio bene quanto ai familiari, più che a certi familiari. Parenti o affini che siano.

Eppure quella notizia l’aspettavo, sapevo che attendevamo una data. La data è arrivata. Non mi aspettavo il tipo di intervento. E sono sicura che andrà tutto bene, ho bisogno di essere sicura che tutto andrà bene.

Ma che fatica.

E che voglia, dopo avere chiuso la chiamata, di lanciare il telefono contro il muro…

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S.VALENTINO

Non mi arreca nessun disturbo. Davvero.

Non capisco il perché di tanto accanimento contro un giorno in cui le persone, in un modo o un altro, cercano di essere felici e gratificarsi a vicenda. Credo che chi critica tanto, sotto sotto, in realtà rosichi.

Io, ad esempio, ho scelto di farmi un regalo: 750 gr. di gelato artigianale della mia gelateria preferita. E ho pure convinto il collega che mi ospita nelle ultime settimane, eh sì mi hanno ribattuta all’interporto, a portare un pensiero alla sua compagna.

E’ la stessa storia del festival di S.Remo, a me fa schifo, non lo guardo e punto, mica sto a criticare.

Boh, la gente è sempre più strana, non la capisco.

O magari sono strana io, mai dare niente per scontato!

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QUALCOSA LO DEVO PUR RACCONTARE

Anche se in realtà preferirei di no.

Diciamo che al grande amore hanno già dato due o tre consistenti scosse, di quelle che ti fanno dichiarare “ho preso un abbaglio”.

L’azienda super all’avanguardia che è tanto interessata ai dipendenti ha la tendenza a cambiare le carte in tavola.

Non a spostarle, proprio a cambiarle: i “sei mesi a Bologna poi lavoro in remoto, ma dovrà venire in sede una volta al mese” si sono trasformarti in “dovrà venire in sede una volta alla settimana”, per tramutarsi in “adesso va all’Interporto ad imparare perfettamente l’import* poi torna e lo insegna alle colleghe. poi comunque non potrà lavorare da casa, almeno due giorni alla settimana dovrà essere qua**”.

*ai colloqui ho specificato ripetutamente che di import so una beata mazza e che all’Interporto volevo tornarci mai più.

** almeno due giorni, nella lingua parlo io significa più opportuno tre ma l’ideale è quattro.

Diciamo che non sono contenta per niente, diciamo anche che sono piuttosto delusa dalle belle parole e dalle strette di mano “tra gentiluomini”.

Diciamocelo chiaramente: mi hanno fottuta.

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PASSATO

Quello che su FB, con un colpo di genio, qualcuno ha definito “il lunedì più lunedì di tutti i lunedì dell’anno” è passato. E neppure così male.

Non posso dichiarare che avessi proprio voglia di tornare in ufficio, ma di certo la giornata si chiusa in positivo, non ho niente di cui lamentarmi per ora, e siamo già al 9 di gennaio!

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MA SI’, E’ ORA DI BUONI PROPOSITI

Nel 2017 dovrei:

  • ridere di più;
  • incazzarmi di meno;
  • raggiungere la meta del lavoro da casa per riuscire, finalmente, ad andare in palestra: quando ho accettato questo lavoro pensavo che avrei avuto più tempo per me da subito, non avevo fatto i conti con le FF.SS. Attualmente esco mezz’ora prima al mattino e rincaso mezz’ora più tardi la sera. Sono in perdita secca di un’ora al giorno (e facciamo tutti ciao, tutti insieme, ai miei tre mesi di abbonamento pagati a metà settembre due ore prima di firmare il contratto);

Nel 2017 vorrei:

  • il meglio per le persone che amo, quelle che senza loro non si va da nessuna parte;
  • il meglio per me, che non so cosa sia e non so se lo scoprirò quest’anno, ma l’impressione è che la strada sia ancora lunga.

Il 2017 per “gli altri”:

  • il futuro è un’ipotesi, forse è il prossimo alibi che vuoi, il futuro è una scusa, per ripensarci poi (E.R.) – non so cosa augurarvi. Forse di ridere, ad alcuni un lavoro, ad altri un figlio. Quello che gli altri desiderano, il meglio per loro…
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31/12/2016

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01/01/2017

Il mio augurio, per tutti quanti, è questo: perché è ciò di cui ho voglia io.

Il video è stupendo ma il testo è più importante questa volta.

…i buoni propositi?, domani. Forse.

 

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NON SCRIVO DA QUASI UN MESE

Contrariamente a quanto accaduto durante la mia ultima, prolungata assenza sto bene.

Sto molto bene.

Sto lavorando molto, meno di prima ma comunque molto. Qua non si gioca al massacro, si punta alla qualità. Loro dicono “alla perfezione”, io però non credo che la perfezione ci appartenga, l’errore è sempre dietro l’angolo, e non bastano esperienza ed attenzione per schivarlo. E’ insito nel lavorare che si possa sbagliare.

Comunque.

Sto bene. Sono serena. In misura quantificabile:

  • dormo senza chimica e anche senza erboristica;
  • mangio di più, forse mangio troppo, perché non ho più la nausea costante degli ultimi mesi;
  • rido, rido moltissimo, con le mie colleghe;
  • ho grande fiducia nei miei titolare, tre personaggi così diversi tra loro da sembrare impossibili in società.

E un po’ me ne vergogno: in un momento in cui il lavoro è prezioso quanto la salute, e chi lo nega è ipocrita, ho finalmente trovato un’azienda in cui i dipendenti hanno un peso, e i titolari se ne prendono cura, non solo appendendo cartelli del cazzo come quelli della X&Y (prenditi cura dei tuoi dipendenti e loro avranno cura dei tuoi clienti) dove i dipendenti potevano morire ammazzati. Vicendevolmente.

Mi imbarazza ammettere che finalmente sono soddisfatta.

Il resto va, il resto funziona.

Gli Orsi sono in forma, in procinto di traslocare (a primavera), completamente presi dai capricci di Trudi che li tiene sempre vigili.

Mio fratello è anche più in forma in me.

A questo punto vorrei lamentarmi delle ferrovie dello stato. Ma lascio perdere. Tanto chiunque prima a poi ha, o ha avuto, modo di testarle: sarebbe come sparare sulla croce rossa. Ma io, tra altri quattro mesi e mezzo, lavorerò da casa 🙂

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PRIMO BILANCIO (chiamiamolo così)

Una settimana intera. Una settimana durante la quale ho imparato a padroneggiare il nuovo software. Positivo.

Una settimana durante la quale ho cercato di inquadrare le colleghe:

  1. le due litiganti: una è lì da un po’, è molto inquadrata, mi piace molto. Nonostante abbiamo 15 anni di differenza la sento molto simile a me: quando si lavora si lavora. Preferibilmente in silenzio, siamo cinque in un ufficio, lei avendo il ruolo ufficiale di “insegnante” ha la responsabilità dei nostri eventuali errori, è comprensibile che le servano silenzio e concentrazione. L’altra litigante è fresca di università, un po’ distratta, litigiosa. Considera Skype un privilegio mentre è uno strumento di lavoro, finge di non capire cosa spieghi la prof (che è di origine moldava ma ha una proprietà della lingua italiana notevole, di certo superiore a quella dei miei ex colleghi) per potermi chiedere “non capisco cosa dice, me lo rispieghi?”. E’ da tenere sotto controllo, questo è un incarico mio, mi batterò perché il contratto le sia rinnovato SOLO se si impegnerà e smusserà un po’ gli angoli.
  2. la super giovane: compirà 19 anni tra dieci giorni, è fresca di diploma, è abbastanza silenziosa per quanto entusiasta. E’ la nipote dei uno dei capi. Da trattare con le molle, tenendo presente sempre che, anche involontariamente, potrebbe riferire qualunque parola detta. E qualunque parola può essere travisata.
  3. la tardona: ha COMUNQUE sei anni meno di me. E’ di un peso che la metà basta (come una vacca in braccio, direbbe un mio caro amico che su queste pagine ha interpretato il ruolo di gelsominO in passato). Mi ripete almeno 16 volte giorno che “ho l’ansia”, “me lo ripeti?, domani me lo rispieghi?”, “ne ho parlato con mio marito ma voglio parlarne anche con te”.

Verdetto finale, comunque, positivo, per tutte.

Una settimana di treno: ebbene sì, per i prossimi cinque mesi e mezzo sarò in sede, dove mi reco ogni mattina utilizzando un autobus (che passa sotto casa mia e si ferma in stazione) e un treno. Non devo più guidare: giudizio positivo.

Da aprile, forse prima, smetterò definitivamente i panni della pendolare: il mio lavoro inizierà alle 8,55 accendendo il pc nel mio salotto. Perché questa è la vera novità del lavoro che ho accetto: il lavoro in remoto.

Quello che, un po’, mi spiazza sono i titolari. La Triade. Poco presenti in sede, quando ci sono difficilmente si fanno vedere. Uno urla come un ossesso al telefono. Sempre. Con la porta chiusa. Usa il Lei, e lo esige. A me piace un sacco questa formalità da operetta, perché sono convinta che i “ruoli” siano importanti. Se tu sei quello che a fine mese mi firma il bonifico diamoci del Lei, a me sta bene. Gli altri due sono pacifici. Ma davvero. Uno di questi, a cui ho risposto “si accomodi, prego” mi ha detto “qua ci diamo tutti del tu, io sono Fabio”…. Urca!, e il Lei?, la mia tanto amata formula di cortesia?

Vabbè, la riserverò solo a chi la desidera…. ma a dire il vero la desidererei anche io. Che poi mantenere le distanze non è una brutta idea.

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IL LATO OSCURO DELLA FORZA

Primo giorno: in quattro dobbiamo imparare ad usare un programma nuovo, in tre devono imparare il lavoro (io lo conosco da mo’), in tre stiamo in una stanza, la quarta sta in un altro ufficio. Perché, chiedo? Perché non vuole stare con noi, mi risponde l’insegnante.

(Il fatto è che io, quella che non vuole stare con loro, l’avevo già incontrata e sapevo perfettamente come fossero andate le cose. La sera prima di iniziare ho anche ricevuto una chiamata “Tigli?, una cortesia, segui per bene la ragazza che hai incontrato qua, è brava, ma non si prende con le altre. Ti dispiace?”, “No, nuovo-collega, non c’è problema”)

La mattina passa così. Nel pomeriggio la mobbizzata manda un documento da controllare e la prof inizia a commentare a voce alta “qua c’è un errore, qua un altro, non capisce niente” tra gli sguardi divertiti e a scortesi delle altre due. Così non va. Quindi chiedo “Scusa ma secondo te come può imparare se tu non le dici cosa ha sbagliato?, vado a chiamarla” e sono uscita dalla stanza tra i “no, ma no non serve” (non serve ‘sto cazzo, se mi è concessa l’espressione).

Dopo la correzione, fatta con cortesia e lasciandole spiegare cosa l’avesse tratta in inganno e suggerendole come evitarlo d’ora in poi, le ho chiesto di prendere il suo portatile e di accomodarsi, immediatamente, in stanza con noi, perché il reparto è lì, non là. Un po’ come il lupo e il castello.

Ancora sguardi di disapprovazione e superiorità, questa volta anche con la prof.

Il secondo giorno arriva il capo, quello con cui ho fatto il colloquio, quello che mi ha cercata per questa lavoro, mi ha salutata e dato il benvenuto e quando mi ha chiesto se andasse tutto bene ho fatto presente “quando ha due minuti vorrei parlarle”.

Il gelo tra le colleghe, ultime arrivata e prof, e lui che ridendo mi risponde “Lei mi porta guai, lo so, venga nel mio ufficio”.

Sono uscita con “carta bianca, faccia tutto quello che crede necessario per farle lavorare insieme, ha la mia approvazione. Tra due mesi mi dirà cosa pensa”.

Ecco, ora lo posso ammettere: sono passata alla concorrenza, quella più spietata di X & Y, sono presso quelli che stanno rivoluzionando il mondo della dogana. E non sono più “la cretina della situazione”, sono stata introdotta come “persona con esperienza, seguitene le istruzioni”.

Venerdì, terzo giorno, ambiente abbastanza sereno, mobilizzata seduta a distanza da prof, io e le altre a turno su un pc, imparando ad utilizzare il gestionale e spiegando alcune procedure che prof fa “a memoria” ma hanno un motivo e quindi andrebbero ragionate e non standardizzate.

Nonostante tutto mi sembra un sogno.

 

 

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